Once upon a time

C’è un posto in quella stramba storia anche per un personaggio serio e brontolone, un imbronciato che scruta il protagonista con le braccia conserte e le sopracciglia ingrottate;
C’è un posto in quel caos di colori anche per quella macchietta che somiglia a una pozzanghera grigia caduta li da un pennelo sgocciolato male;
C’è un posto in quella fantasia genuina anche per una scomoda realtà che irrompe senza bussare e vomita una raffica di scarica elettrica, che fa svegliare, che fa svegliare.

Così uno specchio, splendido amico di compagnia, rivela quello che altri vogliono nascosto; un carattere duro ma coraggioso di rivolta, una cromatura cangiante non bianca nè nera, una creatura del vero che col suo fare crudo è priva di vergogna ed avanza a testa alta camminando in piedi sul tavolo dei commensali ipocriti e abbindolati.

Martina

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Finta sorda

Stavano in silenzio, quasi immobili, le endorfine sparse qua e la.
I capelli corti di lei, sfioravano a malapena le spalle. Lui la fissava.
“Come sei bella”
Lei finge di non sentire. “Che?”
“Come sei bella”.

Il più bel complimento nasce così dal niente. Ripetuto due volte quasi quasi ti ci fa anche credere.

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Martina

Apnea

Sono distesi sul letto, uno accanto all’altro, girati su un fianco. Si guardano, faccia a faccia, gli occhi cosi vicini che faticano ad inquadrare il resto del volto. Lei non sembra apprezzare al massimo quella posizione un pò innaturale ma ormai ha lo sguardo fisso e non riesce a distoglierlo. Così i nasi si sfiorano e le labbra si toccano. Ed è lì che lei inizia a respirare, finalmente. Il sollievo dopo quell’apnea lancinante.

Proprio per questo non riesce a smettere di baciarlo.

Martina

InstaBacio

Quando io dico che nella vita di tutti i giorni, nella mia quotidianità, mi imbatto in pensieri che sono li ad aspettare di essere scritti, mica scherzo. Voi pensavate che fossi pazza…mi dispiace assecondarvi!
Comunque, è una cosa naturale, un passaggio, un meccanismo veloce, un bagliore di luce, oppure una macchina che passa o un bambino che sorride. E tu lo scrivi, perchè ci vedi un qualcosa di più di quello che è. Una corsa frenetica in mezzo a tanti passanti lenti, uno spicchietto fatto di dentini da latte di felicità ingenua tra gli occhi adulti e consapevoli, un fine filo di luce che batte sul marciapiede mentre intorno le nuvole grigie rendono tutto molto freddo.
Quindi parliamo di qualcosa che si distingue, qualcosa che cattura l’attenzione, qualcosa che ti fa girare mentre vai spedito per la tua strada. E in un secondo ti fa pensare a un concetto, che è tuo e che costruisci e capisci solo te. E ognuno ha il suo.

Questa fotografia è stata scattata dal mio amico Andrea; secondo me in uno di quei momenti che vi ho descritto prima. Per tutti gli altri è creatività o  bravura o arte, per lui, in quell’istante, scattare era l’unica cosa possibile da fare.

Martina

Disattenzioni indotte

Apre il ricettario e  tra i mille fogli sporchi di uovo e cioccolato colato, afferra un piccolo post it. 200 gr di zucchero, 3 uova, 150 gr di farina, 2 cucchiaini di lievito per dolci, 50 ml di latte, Nutella, Zucchero a velo. Le piace pasticciare nonostante cerchi di sporcare meno utensili possibile, preferisce l’ordine. Stavolta però, deve seguire la ricetta minuziosamente, niente errori, cotto a puntino e arrotolato alla perfezione. Deve venire perfetto.

Una volta pronto, spalma la nutella e con l’aiuto di un canovaccio lo arrotola su se stesso…fatto. Che meraviglia, quasi non ci crede di esser stata lei a “costruire” ciò che ha davanti agli occhi; poi con un colino dai fori piccoli piccoli spolvera un pò di zucchero a velo, ed infine prepara un bel vassoio, ha deciso di tagliarlo subito e presentare tante fette tutte uguali. Adesso è davvero completo, non riuscirà a resistere, un’oretta buona ha trascorso nella preparazione di questo dolce, il suo primo dolce per lui. Decide di assaggiare una fetta per scrupolo, è perfetto.

Squilla il telefono e arriva un messaggio. Lui sarà qui tra due ore. 120 muniti.

Agitata, nervosa e trepidante coi suoi vaporosi capelli rossi, si guarda intorno e come se facesse mente locale, inizia a disporre tutto ciò che le passa sotto mano nella giusta posizione in cui dovrebbe essere all’interno di una casa ordinata. 100 minuti. Apre leggermente le finestre del bagno e della camera, spalanca la porta della cucina, corre in bagno, strizza quella spugna con un vigore improvviso, sale sui letti perchè alle mensole più in alto non arriva e spazza e sventola e piega; anche se l’orario non è quello giusto anche un pò di aspirapolvere non guasta. 60 minuti. Cerca di appuntarsi le cose da fare, ha paura di dimenticarle e anche un banale oggetto fuori posto potrebbe sembrarle un errore madornale. 50 minuti. Ah si, indaffarata e senza respiro, getta l’occhio sul frigorifero e solo allora ricorda che sarebbe meglio prepararsi qualcosa per cena. 30 minuti. Cambiare gli abiti, provare le scarpe acquistate nel pomeriggio, truccarsi, lisciare quei capelli che solitamente sono indomabili sono azioni che richiederebbero, per lei, solita lentona ritardataria, molto più del tempo che ha a disposizione, ma stavolta è diverso e riesce, non si sa come, a farselo bastare, sorprendendosi lei stessa. 0 minuti.

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Il sogno del papavero

Il papavero, nel campo, chiuse gli occhi e sognò.
“Sono una ballerina” disse, tenendo gli occhi chiusi.
Un vento delicato faceva tremolare i petali della corolla.
“Questo è il mio tutù”, pensò, “di tulle rosso”.
E avvitandosi su sé stesso lo fece alzare a ruota.
“Lo stelo”, continuò, “è la gamba affusolata,
tesa sulla punta del piede in un passo di danza”.
Sul palco si muoveva con grazia, faceva piroette,
saltava e ricadeva senza far rumore, leggera.
Esile, sottile, sembrava volare trasportata dal vento.
Fu allora che entrò in scena il ballerino col costume
azzurro.
Fece un ampio inchino: “Permetti?” le disse,
prendendola per mano.
La sollevò in aria e la fece volteggiare.
Il papavero riaprì gli occhi.
Al suo fianco, un fiordaliso azzurro sognava
di danzare
con la ballerina dal tutù rosso.

(Favola di Sabina Del Monego tratta dalla raccolta “C’era una volta” di Alessandro Lucchini)

L’ultimo giorno d’inverno

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“L’ultimo giorno d’inverno non sarò qui .. dove sono ora perchè non farà così freddo fuori come fa adesso e non sarò da solo a casa ad aspettare che passi l’inverno.
Io non lo sò se sarò con te.. è più probabile che anche tu sia altrove e se ci sarà qualcosa che mi infastidirà, perchè mi conosco.. e ci sarà è che tu non ti sarai nemmeno accorta dei viali di Milano che saranno diventati rosa.. e bianchi ai lati, perchè ancora ci si ostina a credere che Milano è una città dove mancano i colori ma io ti assicuro che l’ultimo giorno d’inverno, i bastioni, per chi si potrà permettere il lusso di guardare non solo avanti ma anche di fianco saranno uno spettacolo di pura e concreta bellezza.
Chissà se ti ricorderai anche tu di alzare lo sguardo l’ultimo giorno di inverno perchè gli alberi in fiore della salita a Porta Venezia bisognerebbe che tutti almeno una volta ci si fermasse a osservarli.
Io avrò le mie nuove canzoni pronte per non essere più soltanto nostre e sò che con un pò di imbarazzo di qualcuna.. ancora rivendicherai la storia e l’inizio delle altre non ti curerai più e tu finirai sulle riviste colorate ed io farò brutta figura con il mio vicino di posto poco dopo il decollo in aereo perchè per sapere qualcosa di te avrò sbirciato tra le pagine dei suoi giornali di me penserà soltanto che sono un cafone e non che ho aspettato che finisse l’inverno però davvero poi basta, me lo prometto saranno passati così tanti giorni dal momento in cui ti sto scrivendo che aver bisogno di parlare ancora di te, senza parlare con te sarà solo una stucchevole deriva criminale ed io forse se sarò bravo se riuscirò a ricordare a me stesso che non necessariamente saremo meglio o peggio di quel che siamo oggi mi fermerò prima di quello strazio che ancora mi sfonda il cuore.
Ho capito che ci portiamo dentro chi non siamo riusciti ad aver accanto ma questo non potrà essere più motivo per sentire sempre lo stesso giro infinito di parole sempre lo stesso giro infinito.
Non avremo colpe ne io ne te. L’ultimo giorno d’inverno. Sai che avrò imparato a vestirmi meglio, ma quello un pò lo faccio già da ora se posso avere un’attenuante è che a me i maglioni pesanti non stanno molto bene.
L’ultimo giorno d’inverno.. avrò una giacca leggera ed elegante per le scarpe vediamo prenderò dimestichezza con le mie nuove occasioni e anche con nuove posizioni sulla chitarra mi serviranno a gettare al mondo le mie parole quelle che non suoneranno più così inopportune e a non cominciare e a non finire tutto nello stesso modo tutto nello stesso modo tutto nello stesso modo.
L’ultimo giorno d’Inverno.”

(Da “L’ultimo giorno d’inverno” di Niccolò Agliardi).