Quel giorno in cui mi buttai dal trampolino

Non sapevo cosa fosse amare. E non lo so adesso.
Ma con te ci ho voluto provare. Io che non mi butto mai.
E con la tua inconsapevolezza me l’hai insegnato.

Quando pensavo di sapere cosa fosse e come funzionasse, l’amore dico, (si lo so che alla mia età è stupido parlare di questo ma primaopoiinunmodoonell’altro, qualcosa a cui lontanamente somiglia, capita a tutti) pensavo d’aver scoperto l’acqua calda. Poi non so neanche io che è successo e il fatto è che ho buttato via cinque anni di esistenza, di me. Facevo e non costruivo, vedevo e non guardavo, assaggiavo e non mangiavo, sospiravo e non respiravo. Ma pensavo, pensavo tanto. Insomma era come guardare un film.
E poi l’ho fatto, mi son buttata dal trampolino. Che non è stato un trampolino da cinque metri, capitemi bene; un trampolino normale, uno di quelli da tre metri diciamo, via.
E cosa succede quando ti butti dal trampolino? Ti ritrovi nell’acqua in men che non si dica, nemmeno te ne accorgi e sei avvolto da turbini, muovi le mani, sbatti i piedi e impari a conoscere quel nuovo elemento che ti ha accolto.
Apri gli occhi sott’acqua e scopri qualcosa di nuovo, vedi dal basso quel trampolino tutto opaco e pensi: prima ero lassù.
Sempre con gli occhi aperti esco dall’acqua, sono pulita, sono fresca, sono nuova. Mi sento rigenerata.

Non sapevo cosa fosse amare. E non lo so adesso.
Ma con te ci ho voluto provare. Io che non mi butto mai.
E con la tua inconsapevolezza me l’hai insegnato.

Spettiniamoci

Tutte le cose più belle di questa vita spettinano.
Fare l’amore spettina, viaggiare, volare, correre, tuffarti in mare spettina, cantare fino a restare senza fiato spettina, giocare spettina, ridere a crepapelle spettina, baciare la persona che ami spettina, ballare (dicesi anche praticare il #ballaballa) fino a farti venire il dubbio se sia stata una buona idea metterti i tacchi alti stanotte, ti lascia i capelli irriconoscibili.
Ed allora sai cosa ti dico? Io ho deciso di vivere spettinata.
Il peggio che mi possa succedere è che, sorridendo davanti ad uno specchio, io debba pettinarmi di nuovo.

[Mafalda]

L’attesa

Quel tempo che ci separa,
lento e maledetto si nutre dei gesti quotidiani,
pesa e soffoca e schiaccia le volontà mie.

Quel tempo che ci separa,
elettrico e pulsante si veste dei più oscuri desideri,
dosa e trattiene e libera le passioni nostre.

Quel tempo che ci separa,
limitato e breve si mostra inesauribile agli occhi nostri,
avvolge stretto tra le sue fasce, esplode come tortura, al primo sguardo.

 

Martina

Apnea

Sono distesi sul letto, uno accanto all’altro, girati su un fianco. Si guardano, faccia a faccia, gli occhi cosi vicini che faticano ad inquadrare il resto del volto. Lei non sembra apprezzare al massimo quella posizione un pò innaturale ma ormai ha lo sguardo fisso e non riesce a distoglierlo. Così i nasi si sfiorano e le labbra si toccano. Ed è lì che lei inizia a respirare, finalmente. Il sollievo dopo quell’apnea lancinante.

Proprio per questo non riesce a smettere di baciarlo.

Martina

Il sogno del papavero

Il papavero, nel campo, chiuse gli occhi e sognò.
“Sono una ballerina” disse, tenendo gli occhi chiusi.
Un vento delicato faceva tremolare i petali della corolla.
“Questo è il mio tutù”, pensò, “di tulle rosso”.
E avvitandosi su sé stesso lo fece alzare a ruota.
“Lo stelo”, continuò, “è la gamba affusolata,
tesa sulla punta del piede in un passo di danza”.
Sul palco si muoveva con grazia, faceva piroette,
saltava e ricadeva senza far rumore, leggera.
Esile, sottile, sembrava volare trasportata dal vento.
Fu allora che entrò in scena il ballerino col costume
azzurro.
Fece un ampio inchino: “Permetti?” le disse,
prendendola per mano.
La sollevò in aria e la fece volteggiare.
Il papavero riaprì gli occhi.
Al suo fianco, un fiordaliso azzurro sognava
di danzare
con la ballerina dal tutù rosso.

(Favola di Sabina Del Monego tratta dalla raccolta “C’era una volta” di Alessandro Lucchini)