Lo scorrimento rapido, crederci sempre

Dondolare, muovere le spalle, disegnare cerchi concentrici coi pugni chiusi. Il piede segue il ritmo, disegna strane linee per poi toccare con la punta il pavimento; è allegria, è calore, è battito! Una lingua che ti prende, ti fa assaporare quei paesi lontani dove si imbraccia una chitarra e la voce va da se, non devi far altro che armarti di maracas e lasciarti coinvolgere. Le mani sudano e involontariamente gli occhi si chiudono, la nota è più intensa mentre la voce vibra e sparisce un secondo dopo l’altro; il ciuffo di capelli frusta la guancia, lo scatto laterale della testa è automatico. I palmi delle mani si aprono e sono rivolti al pubblico in segno di apertura, di coinvolgimento, di trasparenza.
Sentite! Questa è la verità, quello che tutti cerchiamo. Perchè quando le orecchie hanno qualcosa da ascoltare, la reazione di tutto il resto del corpo è viva, è concreta, è viscerale. Ci prende dall’interno come quando siamo catturati da un particolare. Un particolare che è assolutamente essenziale per dare interezza alla totalità del quadro che stiamo guardando.I piedi sono doloranti, quelle scarpe carine hanno l’inconveniente di avere una suola troppo piatta. Ma la volontà batte il dolore e ignorando quello che i piedi mi stavano urlando continuo a camminare.
La borsa passa sotto al metal detector e la poca acqua rimasta nella bottiglietta viene bevuta velocemente. Il contenuto va buttato.
Guardie poco cordiali accolgono orde di giovani turisti spagnoli troppo euforici e chiacchieroni: gli zaini, per l’ennesima volta, vanno lasciati all’ingresso.
Noi siamo fortunate, siamo fiorentine e portiamo sulle spalle delle borse. Siamo soltanto in due e svincoliamo facilmente prima del numeroso gruppo che ci avrebbe ostacolato la visita.
Le prime bozze realizzate a mano con semplici tratti capaci di mostrare particolari e ombreggiature. Poi due piani di scale, le gambe bruciano e i piedi chiedono pietà.
Si arriva in alto, la luce del sole filtra dalle vetrate contornate in legno, un lungo corridoio davanti a me.
“Hey, guarad chi c’è!” Un mezzo busto raffigurante Iulius Caesar. Con lo sguardo nel vuoto e gli occhi a palla dà proprio l’aria di essere fermo e freddo come il marmo. Sulla sinistra, di tanto in tanto, si aprono degli atri; li vedi con la coda dell’occhio ed è li che ti rendi conto che quel lungo corridoio davanti a te non è fatto per essere percorso. Lo devi abbandonare, dirigendoti sulla sinistra, titubante. La meraviglia vien tutta insieme: grandi stanze dalle pareti bianche formano un labirinto, cordoni color verde scuro delimitano il confine, gigantesche vetrate proteggono le opere custodite.
Ti ritrovi quasi spaesato, non sai da che parte iniziare né tantomeno in quale direzione fare il giro. Lo decidi tu!
Però sei catturato, guardi tanto tutto insieme, vai prima di qua poi torni di la per tornare nuovamente al punto di partenza. E ci staresti a ore a fissare quell’immagine che fino a ieri studiavi sui libri o che conoscevi solo di fama o che, addirittura, ti ritrovi in televisione nello spot pubblicitario o ancora a parlarne scherzando con gli amici.
Nomi sentiti, nomi sconosciuti, nomi riletti tre volte perchè pronunciarli è impensabile, nomi di pittori che ormai sono come tuoi conoscenti.
Entri nella stanza e tu, anche se l’hai letto nella targhetta, non te l’aspetti. Eh no, perchè te l’hanno messo da una parte, non nella parete che hai di fronte appena entri…
Ti volti a sinistra e non te l’immaginavi così grande, con una cornice così massiccia, con la parete dedicata, con quei colori ricercati e tenui e rassicuranti e perfetti.
Una bambina che ammira con occhi spalancati, bocca aperta e testa rivolta in alto. Una bambina che dopo vent’anni vede per la prima volta la bellezza.

Martina

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